Salari in gabbia

La notizia che gli italiani hanno buste paga leggere, molto più di altri grandi paesi europei come la Germania (41 mila euro lordi annui), la Francia (33.574), la Gran Bretagna (38 mila), la Grecia persino (29.160 euro lordi annui ad Atene, 23.406 a Roma), non è nuova: in fondo, la distanza rispecchia, con poche eccezioni, la differenza nel reddito pro capite. Eppure ha indignato, ha provocato, ha suscitato ipocrite meraviglie.
20 AGO 20
Immagine di Salari in gabbia
La notizia che gli italiani hanno buste paga leggere, molto più di altri grandi paesi europei come la Germania (41 mila euro lordi annui), la Francia (33.574), la Gran Bretagna (38 mila), la Grecia persino (29.160 euro lordi annui ad Atene, 23.406 a Roma), non è nuova: in fondo, la distanza rispecchia, con poche eccezioni, la differenza nel reddito pro capite. Eppure ha indignato, ha provocato, ha suscitato ipocrite meraviglie. Elsa Fornero, ministro del Lavoro, era a colazione a New York con i corrispondenti dei principali giornali e non ha mancato di lanciare il suo messaggio: “Una situazione da scardinare”. Più sfumata, sulla Repubblica parla di contraddizione tra salari bassi e alto costo del lavoro e sembra apprezzare Marchionne “uno che rompe gli schemi”, perché dice: “Datemi la stessa flessibilità che ho negli Stati Uniti e io investirò di più”. Una cosa è certa: operai e impiegati italiani guadagnano meno anche perché producono meno.

D’accordo, il decennio e passa di stagnazione è colpa degli stessi imprenditori, è colpa del sistema, del fisco e di molto altro. Ma nessuno dei commentatori osa discutere l’altra faccia, quella più urticante, della realtà: anche nel caso in cui ci fosse una forte ripresa con un salto nell’organizzazione del lavoro e degli impianti, i lavoratori italiani non potrebbero goderne più di tanto. Da vent’anni, infatti, sono chiusi nella gabbia della concertazione, una politica dei redditi a senso unico la quale ha predeterminato l’aumento della massa salariale in modo che sia sempre inferiore all’inflazione, non quella effettiva, ma quella “programmata”. Ciò era importante nel 1993 quando si doveva ridurre il livello interno dei prezzi. Ma adesso? Ha senso seguire il costo della vita in una fase di potenziale deflazione e di appiattimento dei redditi da lavoro? Eppure, l’impianto è rimasto lo stesso, sia pur con qualche aggiornamento.

Questa regolazione dall’alto, decisa dal governo, dai sindacati e dalla Confindustria, ha chiuso la dinamica retributiva in un triangolo perverso. La morsa si è allentata con le riforme contrattuali degli anni scorsi, ma non è stata ancora compiuta una rivoluzione copernicana per mettere al centro l’impresa e rovesciare l’impianto tomistico che vede nel patto tripartito il primo motore immobile. La responsabilità in questo caso è delle due lobby, quella del lavoro e quella del capitale, che oggi soffocano lo sviluppo anche sul piano contrattuale. Se c’è qualcosa da “scardinare”, dunque, è proprio questa prigione tardo-corporativa. E magari gli operai sarebbero d’accordo a scambiare il simbolico articolo 18 con concreti aumenti salariali.